I personaggi più rappresentativi nella storia

Il Principe Raimondo Lanza di Trabia

Presidente con la più lunga permanenza in serie A (dal '48 al '54). E' noto soprattutto negli ambienti sportivi, come colui che insieme al tecnico Gipo Viani, "inventò" il famoso calciomercato, pilotando le contrattazioni per telefono dalla sua stanza dell'Hotel Gallia di Milano, nella quale riceveva gli interlocutori. Fu lui a scoprire Bronèe che comprò personalmente versando al Nancy la bella cifra di 40 milioni. Grazie all'amicizia con Gianni Agnelli riuscì a portare molti giocatori di valore a Palermo. Appassionato di corse automobilistiche e della bella vita, il principe era un tipo eccentrico. Morì suicida il 1° gennaio del '54 a Roma.

Cestmir Vycpalek

Nato a Praga il 15 maggio 1921, mezzala, proveniente dalla Juventus. Zio di Zdenek Zeman, giunse a Palermo nel 1947, era già un giocatore famoso ed apprezzato. L'anno prima aveva disputato un buon campionato nella Juventus. La dirigenza aveva deciso di allestire una squadra competitiva. Il Palermo era già forte per via di una prima linea nella quale figuravano gente come Rampini, Lozzi, Pavesi, Flumini, Di Bella. "Cesto" si dimostrò subito all'altezza della situazione e divenne il collante di quella compagine che aprì un ciclo fenomenale. Il primo anno centrò la promozione in A e vi rimase nei quattro anni successivi. Nella stagione 1949-50 fu il capocannoniere della squadra con 10 gol. Oltre per la sua classe cristallina, Vycpalek entrò nel cuore dei tifosi anche per il suo carattere forte, trascinatore, da leader. Motivo quest'ultimo che gli valse un record: fu il primo straniero ad aver vestito la fascia da capitano in un campionato italiano di serie A.

Ghito Vernazza

Nato a Buonos Aires (Argentina) il 26 settembre 1928, ala destra proveniente dal River Plate. E' uno dei più grandi giocatori che hanno mai calciato il palcoscenico della Favorita. I numeri parlano da sè: 4 campionati con la maglia rosanero, 115 presenze, 62 gol. Eppure il primo anno col Palermo si rivelò difficile. Era il 1956, il Palermo militava in A, ma era una squadra materasso, era difficile per chiunque inserirsi in quel contesto, figurarsi uno straniero. Nonostante tutto, Vernazza nei quattro anni col Palermo è sempre stato il cannoniere della squadra. Nel campionato 1958-59 è stato pure capocannoniere della serie B con 19 gol. Unico neo il rigore sbagliato la penultima di campionato il 29 maggio del '60 a Genova, che ci condannò alla retrocessione in B. Caratterialmente era un sudamericano atipico, per nulla attaccabrighe. Un referendum lo ha eletto calciatore del secolo del Palermo. Due sue prodezze: i tre gol al Como  segnati in 7 minuti e una rete segnata da metà campo.    

Helge Bronèe

Nato a Noeboelle (Copenaghen) il 28 marzo 1922. Centravanti, proveniente dal Nancy (Francia). Fu certamente uno degli acquisti più azzeccati del Palermo. Il merito va tutto al Principe R. Lanza di Trabia il quale, vedendolo giocare, se ne innamorò subito tanto da sborsare ben 40 milioni di lire. Centravanti dalla classe immensa si spuò, oggi, definirlo come un "olandese" ante litteram. Infatti durante la partita oltre a dare man forte ai compagni di reparto, lo si vedeva speso impegnato in difesa. Una sua caratteristica era quella di non correre ma di far correre la palla. Giocò in rosanero per 2 stagioni (1950-51 e 1951-52) totalizzando 70 presenze e segnando 22 reti. Dopo Palermo, Bronèe si trasferì per due stagioni nella Roma, una nella Juventus e due nel Novara

Gulesin Sukru

Nato ad Istambul (Turchia) il 14 settembre 1922, è morto in un incidente stradale. E' stato sicuramente un grosso giocatore, sia per la sua stazza (era alto quasi due metri e corpulento) che per la sua classe. Beniamino del pubblico palermitano, ha giocato con la maglia rosanero per due stagioni non consecutive (1950-51 e 1952-53). Il primo anno segno la bellezza di 13 reti in 23 incontri disputati. L'anno successivo passò alla squadra di appartenenza, la Lazio (29 partite, 13 gol), per poi rientrare a Palermo giocando 22 partite e segnando 7 reti. Nonostante il suo fisico esplosivo, era dotato di una scatto bruciante e di un'impressionante progressione. Rigorista infallibile, era anche uno specialista dei calci piazzati. Unico neo, sembra un paradosso, fu l'estrema debolezza nei contrasti con l'avversario, cosa che lo rendeva pavido, pronto a buttarsi subito a terra al minimo contatto.

Silvino Bercellino

E' stato un giocatore di quelli fanno spellare le mani ai tifosi, ma anche di quelli che li fanno imbestialire. Il ruolo di Bercellino era quello di attaccante, e i suoi gol li faceva, eccome. Si deve alle su segnature felpate, infatti, la promozione in A nella stagione 1966-67 (capocannoniere della squadra con 13 reti). Aveva un solo limite, quello dell'autonomia in campo. Giocava  (ma da campione) 20 minuti su 90. I 70 minuti di pausa li trascorreva passeggiando, soprattutto quando c'era caldo, all'ombra proiettata dalla tribuna. questo comportamento gli valse l'appellativo di "Torero Camomillo". Però, quando decideva che era il momento di giocare, erano dolori per tutti. Sandro Ciotti che lo vide giocare nella famosa partita col Cagliari di Riva, disse in radiocronaca: "Oggi ho visto un giocatore da nazionale: Silvino Bercellino". Silvino giocò nel Palermo per sei stagioni, segnando 39 gol.

Renzo Barbera

Per tutti i tifosi palermitani è, e rimarrà, il Presidentissimo. Un termine che vuol sottolineare l'eccellenza di questo personaggio, non in termini sportivi, ma, soprattutto, umani. E' il presidente dell'ultimo Palermo in serie A (prima dell'era Zamparini), il presidente delle due finali di Coppa Italia, il presidente padre-non-padrone dei suoi giocatori, il presidente che cercava di valorizzare calciatori siciliano (Trapani, Arcoleo, Troja, Vullo, Borsellino, Bellavia, Chirco). Un uomo che per la grande passione per il calcio cittadino non ha esitato, per il bene della squadra, a mettere a repentaglio il suo patrimonio personale, non facendo parte della categoria dei presidenti politici. Stile, nobiltà d'animo, signorilità sono le doti che lo hanno contraddistinto e fatto ben volere da tutti, soprattutto dai suoi giocatori. Il regalo a cui è stato particolarmente legato, infatti, è un piatto d'argento, donatogli dai giocatori nel 1974, nell'anno della sfortunata finale con il Bologna; sopra c'è scritto: a papà Enzo. Quando anni fa morì "Vicè u' pazzu", supertifoso palermitano, Barbera andò al funerale per rendergli l'ultimo omaggio: "Non potevo assolutamente mancare, dirà ai familiari, per me era un compagno di viaggio, che trovavo sempre accanto a me in ogni partita, a sostenere la squadra: i vecchi amici non si dimenticano mai". Questo è Renzo Barbera, l'ultimo dei Gattopardi. Dopo qualche anno dalla sua scomparsa (19 maggio 2002), gli viene dedicato lo stadio della Favorita, attuale Renzo Barbera.

Sandro Vanello

E' stato uno dei pochi giocatori di allora, ma anche di adesso, che ha giocato per sport e non per denaro. Infatti proveniva da una famiglia benestante, cosa che gli permise alcune eccentricità come quella di andare a Roma solo per tagliarsi i capelli. Insofferente di ogni imposizione, non legò mai del tutto con i vari allenatori. Famosa è la reciproca intolleranza con Corrado Viciani. Amico intimo con Ferruccio Barbera, era spesso invitato nella villa del presidente Barbera, cosa che provocò una serie di invidie tra i compagni. Vanello è stato uno dei più grandi registi che il Palermo abbia mai avuto, classe ed intelligenza le sue armi migliori. Giocò con la maglia del Palermo ben 5 stagioni, poi, nel 1975, dopo la finale col Bologna, fu voluto dalla compagine rossoblu per sostituire l'idolo Giacomo Bulgarelli.

Tanino Troja

Nato a Palermo, centravanti proveniente dal Paternò. Di lui si può dire che è stato un'eccezione, cioè che è stato uno dei pochissimi profeti in patria. Erano vent'anni che nella squadra non giocava un palermitano. Così nel 1964, alla prima di campionato (contro il Trani), tutti gli occhi dei tifosi, in una favorita stracolma, erano puntati su di lui. Dopo un inizio stentato per la comprensibile emozione, Troja mise a segno una doppietta: era nata la favola del "reuccio di Resuttana". Ma, nell'immaginario collettivo del tifoso palermitano, Troja è rimasto famoso per quel bellissimo gol (campionato 1969-70) fatto al mitico Cagliari di Gigi Riva, campione d'Italia: cross di Pellizzaro e colpo di testa in tuffo in un  campo ridotto in un pantano a seguito della pioggia battente. Troja è stato cannoniere della squadra nel campionato 1965-66 (12 gol). La storia palermitana di Troja termina nel 1973 per trasferirsi a Napoli.

Erminio Favalli

Può essere considerato tranquillamente una delle bandiere del Palermo. Nella graduatoria delle presenze rosanero  si è collocato al 9° posto con 201 partite di campionato disputate. Ha legato 13 anni della sua vita al Palermo ricoprendo oltre al ruolo di calciatore, anche quelli di allenatore e direttore sportivo. Ottima ala destra, genio e sregolatezza dentro e fuori del campo, è stato scoperto da mister De Grandi che lo vide giocare nel Mantova di Heriberto Herrera nel 1968-69. Si è rivelato un dirigente professionale, competente e diplomatico scoprendo gente come Montesano, Volpecina, De Stefanis e tanti altri. La sua più grande gioia e allo stesso tempo il suo più grande rammarico è stata la finale di Coppa Italia: gioia per avervi partecipato, rammarico perché con il suo errore dal dischetto (traversa) ha consegnato il trofeo al Bologna.

Ignazio Arcoleo

Nato a Mondello, ha assaporato il piacere di giocare con la maglia rosanero stagioni indimenticabili. Proveniva dalla Juventina, ma la sua storia, è una storia strana. Sembra che il destino si sia divertito ad intrecciare la sua vita professionale con eventi legati al colore della maglia: rosa e nero, gioia e dolore, speranza e rassegnazione, sia da giocatore che da allenatore. E' uno degli uomini dell'ultima promozione, il calciatore presente nelle due finali di Coppa Italia, ma è anche colui che ha commesso il fallo da rigore col Bologna. Come allenatore del Palermo, Arcoleo ha vissuto momenti esaltanti e bui. Preso dal presidente Ferrara dal Trapani (che portò dall'Interregionale alle soglie della B), Arcoleo nella stagione 1995-96, con la missione della salvezza, creò una squadra corsara, giovane, dal gioco spumeggiante che ottenne il 7° posto in serie B. Era il cosiddetto "Palermo dei palermitani". Ma l'anno successivo qualcosa si ruppe, e in due stagioni la squadra precipitò dalla B alla C2 (poi ripescato nuovamente in C1). Il bagliore di Arcoleo si spense rapidamente, ma da quella esperienza a tutti emerse la qualità umana del tecnico, che prosegui il suo cammino a testa alta.

Vito Chimenti

A guardare questo giocatore, tutto si direbbe, tranne che fosse un giocatore di calcio. E si sbaglierebbe, perchè Vito Chimenti è stato un grande giocatore, anzi, un grande centravanti. Del resto si sa, l'apparenza inganna. Maradona docet. L'aspetto tozzo, un pò grassottello, non impediva a questo giocatore di essere un virtuoso di tecnica. Tutti lo ricordano per il numero della "bicicletta". Giochetto che gli permetteva di dribblare in modo anomalo l'esterefatto difensore. Ma oltre la "bicicletta" c'era di più, c'era il bomber. Nelle due stagioni di permanenza a Palermo, Chimenti è stato il cannoniere della squadra. 16 gol nel campionato 1977-78, 13 in quello successivo. E' stato pure l'autore del gol rosanero della finale di Coppa Italia contro la Juventus, segnando al futuro campione del mondo Dino Zoff. Chimenti lasciò Palermo per approdare in serie A con la Pistoiese.